Immagine: Paolo Veronese, Le nozze di Cana (particolare – fonte: www.arteoperartisti.it)
Ah, quel miracolo, quel caro miracolo! Non il dolore, ma la gioia della gente è venuto a visitare Cristo e compiendo un miracolo per la prima volta ha contribuito alla gioia della gente.
(Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)
All’inizio del tempo ordinario, la Liturgia ci fa contemplare una nuova manifestazione del Signore: mi piace questo Gesù che si rivela senza clamori nascosto in un bambino, tra la folla al Giordano o degli invitati a un banchetto nuziale. Segni e gesti semplici, che narrano del suo desiderio di mettersi in relazione con l’umanità e ribadiscono che possiamo incontrarlo ovunque e sempre, anche dietro a fattezze e occasioni sottratte ai riflettori.
Cambiando l’acqua in vino, Gesù mi ricorda che lui può trasformare in sovrabbondanza di gioia, di grazia e di bene anche le cose più semplici, sa trasformare in pienezza anche ciò che parla di mancanza e di vuoto.
Non è facile credere a un Dio così, ma Maria mi è maestra: come lei sono chiamata a non staccare gli occhi dal Figlio e, contemporaneamente, a riconoscere e farmi interprete dei bisogni che intuisco attorno e dentro me, a cogliere l’esperienza della povertà e della mancanza, personale e della storia attuale, per presentarli e affidarli al Signore. E aprire così la via a una nuova pienezza.
Risuona allora l’invito a non lasciarmi bloccare da ciò che mi manca, a non perdere il gusto della festa, ma… a fidarmi del Signore, lasciarmi coinvolgere da lui, fare quello che mi suggerisce la sua Parola: fai quello che ti dirà… anche quando ciò che chiede sembra incomprensibile!
E sarà ancora festa…
(Gv 2,1-11)
suor Ilaria Arcidiacono